La Storia

 

La Campania, una volta parte del regno delle due Sicilie di cui Napoli era la splendida capitale, ha subìto l'influenza di molte diverse civiltà.

In origine colonia greca (Neapolis),ha conservato molte tracce di questa civiltà gloriosa, tra cui gli splendidi templi di Paestum.

Nel museo archeologico, si può ricostruire la storia della Napoli antica, attraverso le molte testimonianze artistiche ivi conservate compresi i reperti archeologici di Pompei ed Ercolano.

Nella Napoli di oggi si respira un'aria di antica cultura, di passati splendori di quella che era una delle capitali d'Europa; ma c'è anche un vento di ripresa e di nuovo orgoglio che stanno prendendo forza, malgrado il suono dei clacson sia sempre più alto che altrove e gli odori, le sensazioni, i rumori abbiano un'intensità tutta particolare.

La costa di Amalfi, un nastro fitto di curve strettissime a picco sulle rocce e sul mare sottostante, si snoda lungo un panorama mozzafiato che non ha uguali in Europa e forse nel mondo: da Sorrento a Positano, dalla saracena Amalfi fino a Ravello posta più in alto sulla montagna, da cui si gode la vista di tutta la costa.

Ci sono tre cose che a Napoli sono più buone che in ogni altra parte del mondo: i pomodori, la pizza e la mozzarella, ottenuta dal latte delle nere bufale che pascolano nella pianura lungo la costa nord.

Caserta è nel cuore di questa zona, anche se è giustamente più conosciuta per la sua maestosa reggia, omaggio del Vanvitelli allo splendore dei Borboni, che ben poco ha da invidiare alla sorella maggiore Versailles.

La ricetta della regione

La pizza con la scarola

Per la pasta: Farina gr.500 - lievito n.1 dado, sugna(strutto) gr.150 - sale - pepe: quanto basta, acqua tiepida: quanto basta.

Per il ripieno: scarola mondada kg.1,500, aglio:n.1 spicchio, capperi gr.50. olive nere di Gaeta gr.100. acciughe salate gr.100, noci sgusciate di Sant'Antimo gr.200, olio gr.100, pepe: quanto basta.

I Cristalli di Sant’Antimo

Quando si parla di Tartaro ci si riferisce alle incrostazioni che si for­mano nelle botti ove si conserva il vino, e ciò era noto da tempi remoti, tanto che dal 700 a.C. al 1500 pare venisse usato sia nel campo medico sia per ricavarne un prodotto ad alta percentuale dì potassa.


E' però con il sorgere della chimica moderna che gli studi in merito alle materie tartariche compiono passi decisivi tanto che nel 1770 il farma­cista svedese Sheele, uno scienziato di chiara fama, individuò i costituen­ti del tartaro e comunicò i risultati delle sue ricerche all'Accademia Sve­dese delle Scienze.


Ma solamente agli inizi di questo secolo gli studi relativi all'industria tartarica raggiungono un buon livel­lo, anche se i procedimenti tecnici sono ancora incerti e i sistemi per l'estrazione del cremore di tartaro non registrano in Italia progressi sensibi­li. Però già nel 1870 l'esportazione di tale prodotto rappresenta per il nostro paese una voce importante.


A  Sant'Antimo abbiamo testi­monianza che il commercio del Tar­taro esisteva già nel 1615 in virtù di un contratto di società stipulato da un cittadino santantimese  e uno di Marianella. Alla metà del '700 dal Catasto Onciario dell'Università di Sant'Antimo apprendiamo che la raccolta ed il commercio del Tartaro rappresentano un'attività moto dif­fusa fra la popolazione, attività svol­ta per conto di mercanti nazionali e talvolta anche stranieri.


Lorenzo Giustiniani, nel suo Dizionario Geografico del Regno di Napoli del 1804, dice che Sant'Anti­mo, allora feudo dei principi Mirelli di Teora, contava 6500 abitanti circa ed il suo territorio produceva grano, granone, canapa, lino, vini leggeri, ma non fa alcuna specifica menzione ad attività relative al tartaro.


Lo Storace (Ricerche storiche intorno al Comune di Sant'Antimo, 1887) ci informa che l'industria nella cittadina si era sviluppata «al punto che ora può dirsi che non vi sia casa in Sant'Anti­mo, la quale non abbia annesso un locale adatto e macchine opportune per la fabbricazione del cremore di tartaro».

Era però già cominciata la concorrenza degli S. U. d'America e l'introduzione di metodi industriali a ciclo continuo nelle grandi fabbriche che disponevano di notevoli capitali e ciò poneva in condizione di assolu­ta inferiorità l'attività nel settore dei santantimesi, che non avevano i mezzi necessari e nella lavorazione potevano applicare solamente una tecnologia elementare.
 

 

 


 

 

 

 


INFORMAZIONI

La Campania tra storia e leggenda

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